Così sembrano pensarla molti trader sui desk istituzionali. Dopo l’ultima riunione della BCE, con l’aumento di 25 punti base dei tassi, il rendimento dello Schatz tedesco a 2 anni è sceso intorno al 2,55%, mentre il Bund a 10 anni ha superato quota 2,95%. Con la discesa del petrolio, la tentazione è stata immediata. Ma l’arrivo della Fed, guidata dal neo presidente Kevin Warsh, ha rapidamente raffreddato le illusioni speculative su un taglio imminente anche sulla sponda opposta dell’Atlantico. E i rendimenti obbligazionari hanno ripreso a risalire.
La domanda, però, non è se il petrolio scende. La domanda vera è se il calo dell’energia riuscirà a spegnere anche le pressioni più persistenti sui prezzi, quelle che davvero contano per il Governing Council. Per Francoforte non basta un ribasso del greggio: serve capire se questo si tradurrà in un rallentamento duraturo dell’inflazione di fondo.
Le proiezioni di giugno 2026 disegnano infatti uno scenario più complesso. L’HICP, l’inflazione comune dell’eurozona, è visto al 3% nel 2026, al 2,3% nel 2027 e al 2% nel 2028. Questo significa che, anche se l’inflazione headline rientrasse, da sola non basterebbe ancora a giustificare un taglio imminente: la BCE vuole vedere una disinflazione più solida e più ampia. Il petrolio conta perché colpisce subito l’energia e i carburanti. Ma la BCE teme soprattutto ciò che arriva dopo: trasporti più cari, costi di produzione più alti, servizi in aumento e rinnovi salariali più aggressivi. È qui che si capisce se lo shock resta circoscritto oppure si trasforma in qualcosa di più radicato.
Per questo uno dei termometri più utili è l’HICPX, cioè l’inflazione che esclude energia e alimentari. Nelle proiezioni BCE, l’HICPX è visto al 2,5% nel 2026 e nel 2027, e al 2,2% nel 2028. Sono livelli ancora troppo lontani dall’obiettivo per autorizzare letture troppo ottimistiche. Se l’HICPX non scende davvero, il Governing Council avrà meno spazio per allentare la politica monetaria.
Anche la componente servizi resta decisiva: 3,3% nel 2026, 3,0% nel 2027 e 2,8% nel 2028. Se questa parte dell’inflazione non rallenta, significa che i prezzi non stanno salendo solo per effetto dell’energia, ma perché la dinamica interna dell’economia resta ancora troppo calda. In altre parole, la BCE non guarderà solo il petrolio: conteranno soprattutto servizi, salari e costi del lavoro.
Da oggi in avanti, il vero tema sarà quindi capire se il calo del petrolio si fermerà all’energia o se riuscirà a trascinare verso il basso anche il resto dell’inflazione. Prima della prossima decisione del Governing Council, fissata al 23 luglio 2026, il mercato avrà un appuntamento chiave: il flash HICP dell’area euro di giugno, in uscita il 1 luglio. Sarà uno dei primi veri segnali per capire se la discesa dell’energia si sta davvero trasformando in una disinflazione più ampia..

Fare previsioni in questo contesto non è semplice. Fino a qualche giorno fa, il mercato sembrava avere le idee chiare: con la fine della guerra all’orizzonte e la discesa del prezzo del petrolio, i rendimenti dei bond a 2 anni avevano intrapreso la strada del ribasso. Basta vedere i grafici dello Schatz tedesco e del Btp a 2 anni, lanciati verso la rottura di supporti importanti. Ma questo atteggiamento spensierato e gaudente che pervade i mercati da molti anni, contagiando anche il più asettico mercato monetario, alla fine potrebbe scontrarsi con una realtà differente.

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